Reporters Sans Frontières, trasforma i video di sicurezza aerea in una metafora dei rischi affrontati dai giornalisti nei paesi più repressivi. Un focus particolare riguarda le giornaliste, colpite da violenze, intimidazioni e campagne di odio online in una doppia guerra contro informazione e genere
Chi viaggia in aereo è abituato a seguire distrattamente le istruzioni delle assistenti di volo: uscite di emergenza, cinture di sicurezza, maschere d’ossigeno. Ma cosa accadrebbe se, al posto del consueto briefing rassicurante, comparisse una giornalista che lavora in un paese dove informare può costare la libertà o la vita?
Da questa idea nasce “Reporters Airlines”, la nuova campagna di Reporters Sans Frontières (RSF) realizzata con The Good Company. Una serie di video costruiti come parodie dei briefing pre-volo che accompagnano lo spettatore nei paesi più pericolosi per chi fa giornalismo: Vietnam, Messico e Tanzania.
La campagna completa e i video sono disponibili qui: RSF – Reporters Airlines
I cortometraggi — eleganti, freddi, volutamente disturbanti — sono stati lanciati insieme al World Press Freedom Index 2026, il rapporto annuale di RSF sulla libertà di stampa nel mondo. Il dato centrale è netto: la libertà di stampa globale ha raggiunto il livello più basso degli ultimi venticinque anni.
La forza della campagna sta proprio nel ribaltamento di un linguaggio familiare. Il video di sicurezza aerea richiama qualcosa di ordinario, quasi automatico. Ma qui il pericolo non è la turbolenza: è il carcere, la censura, la sparizione forzata. La satira diventa così uno strumento per rendere visibile ciò che spesso resta lontano dagli occhi del pubblico.
Particolarmente significativa è la condizione delle giornaliste, esposte a una doppia vulnerabilità: quella contro la libertà di stampa e quella legata alla violenza di genere. In molti contesti autoritari o dominati dalla criminalità organizzata, le reporter subiscono intimidazioni specifiche: molestie, minacce sessuali, campagne di diffamazione online, stalking digitale e aggressioni fisiche utilizzate come strumenti di silenziamento.
Alle minacce sul campo si aggiunge il fronte digitale. Deepfake, immagini manipolate, insulti coordinati e minacce nei messaggi privati hanno spesso un obiettivo preciso: distruggere la credibilità della giornalista e spingerla all’autocensura. Nei paesi più repressivi, inoltre, anche l’accesso alle fonti e il lavoro investigativo diventano più complessi per una donna, soprattutto in contesti culturali dove la presenza femminile nello spazio pubblico è ostacolata o controllata.
La metafora scelta da RSF e The Good Company funziona perché mette in contrasto due idee opposte: la rassicurazione del viaggio e il rischio reale vissuto da chi prova a raccontare i fatti. Non esistono maschere d’ossigeno contro la censura né uscite di emergenza da un sistema di sorveglianza.
Ed è un messaggio che riguarda anche le democrazie europee. Il World Press Freedom Index richiama infatti problemi sempre più diffusi anche in paesi considerati “sicuri”: precarizzazione del lavoro giornalistico, concentrazione dei media, pressioni economiche e querele intimidatorie contro chi indaga.